Il lato oscuro dell'Hacking Android

24 Settembre 2010 37


Abbiamo letto con attenzione un editoriale apparso su Engadget intitolato "Il lato oscuro dell'Hacking Android" nel quale Nilay Patel riflette sul mondo Android dal punto di vista di un entusiasta. Lo vogliamo condividere con voi, assieme alle nostre riflessioni e gli spunti che ne abbiamo tratto.
A differenza di molti fan boy Nilay non si sofferma sugli aspetti positivi, ma riflette sulle pecche dell'impianto di Android con spirito critico e propositivo, perchè, secondo noi, solo attraverso un analisi dei difetti e la loro risoluzione il robottino verde potrà approdare all'olimpo che gli amanti dell'open source sognano.
L'articolo di Engadget si apre con la stessa foto,  scattata dall'autore dell'editoriale, che abbiamo ripreso in testa al post e prende spunto dallo stato in cui è ridotto il Droid X, una sorta di testamento di come Google approvi l'hacking dei device Android, ma non fornisca alcuna rete di sicurezza per gli utenti più entusiasti.
Cominciamo dall'inizio, come è potuta finire in questo modo? Cominciavo ad essere impaziente di upgradare il Droid X con la build di Android 2.2 non ufficiale. Un processo semplice che richiedeva solo di mettere un file nella microSD e riavviare.
Ma per fare tale operazione il Droid X non era ancora pronto. Ho dovuto effettuare un downgrade alla 2.1 per ritrovarmi nella strada giusta.
Ma non è così semplice: infatti la build 2.1 per il Droid X non è disponibile ne in Google, ne in Motorola ne in Verizon.
Così Patel ha cancellato tutto il contenuto del telefono e riflashato con una build 2.1 non ufficiale.
Da dove arriva? Cosa contiene? Non ne ho la minima idea, ma mancando ogni alternativa ufficiale ho trattenuto il respiro ed ho riavviato il telefono in modalità bootloader per cominciare il processo di flashing. Le cose sembravano filare bene, ma ovviamente il telefono ha deciso di spegnersi per esaurimento della batteria nel bel mezzo del processo. Oops.
Come è potuto accedere, direte voi? Non bastava collegare il telefono alla rete elettrica prima di fare l'operazione? Certo, ma in modalità bootloader la batteria non si ricarica...
Telefono "bricked", rotto, non funzionante. A questo punto non mi è restato che scattare una foto e farmi un risata amara. Le cose erano andate male.

L'autore dell'articolo non si da per vinto e trova in un forum una procedura per rivitalizzare un telefono ora inutilizzabile. La procedura prevede la sbucciatura di un cavo USB e il collegamento dei poli direttamente alla batteria.
Miracolosamente ha funzionato e il restore ha funzionato. In qualche modo ce l'avevo fatta.
Esperienza sicuramente interessante e gratificante, ma se Nilay non si fosse imbattuto in tempo nel forum giusto?
Come ho detto all'inizio mi sono divertito molto a fare tutto questo. E' stato interessante, una cosa da nerd, oh, insomma, ho cablato il telefono della batteria con un cavo USB sbucciato mentre ri-flashavo con un firmware non ufficiale. Dammi il "cinque"! E un doppio "cinque" alla comunità Android che è entusiasta e creativa, come mai ho incontrato nel web. Ma sia chiaro: non mi fido più di questo telefono. Non so nulla del software che ho installato o da dove viene e non ho idea di cosa abbia fatto la flashing utility. Non posso basarmi di un dispositivo di cui non mi fido. E' il mio telefono ufficiale, non una unità da test, e ne ho bisogno per fare il mio lavoro.
Naturalmente l'hacking di un dispositivo è sempre rischioso e Nilay ne ha preso la massima coscienza.
Google parla molto di quanto Android sia "open" e la splendida comunità Android ne è la riprova, c'è una ROM cucinata per tutto. Aspettiamo ansiosi che ogni telefono Android abbia gli accessi come root e venga studiato [...] Google deve sapere che i suoi utenti più appassionati modificano il loro OS fino all'inferno e ritorno.
L'hacking è uno dei punti di forza di Android, ma Google non può permettere questo se non ci sono dei tool di recupero per ogni dispositivo.
Le considerazioni pubblicate da Engadget puntano il dito anche sui produttori ed i carriers, nelle mani dei quali gli utenti si ritrovano, alcuni meglio (HTC) e altri peggio (Motorola e Samsung) senza nessuno strumento di recupero.
Nilay cita anche un esempio doloroso per la comunità Android, quello di iPhone, che offre attraverso iTunes la possibilità di ritornare alle condizioni iniziali, qualunque cosa si sia fatta al proprio telefono.
Le conclusioni sono che in un mondo ideale, dove Android svetta per elasticità ed affidabilità, dovrebbe essere Google stessa a fornire gli strumenti all'utenza.
Non ignoro il mondo dei carrier in cui viviamo, ma Google dovrebbe forzare i produttori a rilasciare immagini dei loro firmware customizzati assieme a dei tool semplificati per fare dei facili restore.
Non neghiamo che anche per noi lo scenario descritto ed auspicato rappresenterebbe la migliori delle combinazioni tra le potenzialità del mondo Android e la solidità che altri produttori, vedi Apple, offrono ai loro utenti meno esperti, ma altrettanto desiderosi di sperimentare.
Ovviamente queste considerazioni solo fin troppo ottimistiche. Apple crea in casa il proprio software su un unico hardware con un unico sistema di interfacciamento al PC chiuso e quindi il tutto è enormemente più semplice.
Android che vanta decine di device, con diversi sistemi, con diverse personalizzazioni software e Kenel e sopratutto con gli hardware più disparati, difficilmente potrà avere uno strumento universale di recupero.
Gli stessi produttori offrono suite diverse, con funzionalità e UI molto distanti le une dalle altre e il lavoro di sviluppo che ogni costruttore fa, difficilmente viene reso pubblico.
Fornire un tool per il ripristino sarebbe forse come dare il via libera all'Hacking e sappiamo quanto ogni costruttore sia ostico ad ogni pratica di manomissione dei propri prodotti.

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